Sentirsi un pesce fuor d’acqua quando si vive all’estero è molto più comune di quanto si creda. Molti italiani che si trasferiscono a Barcellona parlano di spaesamento, difficoltà di adattamento, nostalgia e fatica emotiva. In queste righe provo a dare un senso a questa esperienza così diffusa tra gli expat e a esplorare cosa significa, davvero, sentirsi fuori luogo quando si vive lontano da casa.
Vita da expat: cosa significa sentirsi “un pesce fuor d’acqua”
Sentirsi un pesce fuor d’acqua significa sentirsi fuori posto, come se il proprio modo abituale di muoversi nel mondo non funzionasse più con la stessa immediatezza. È normale percepire un misto di entusiasmo e vulnerabilità quando si arriva in una nuova città. Nel caso degli italiani a Barcellona, questo senso di estraniamento compare spesso nei primi mesi, ma può riaffiorare anche dopo anni. È una risposta umana al cambiamento e alla perdita temporanea dei propri riferimenti.
Ci si sente fuori luogo quando i piccoli gesti quotidiani — chiedere un’informazione, entrare in un ufficio pubblico, capire una sfumatura culturale — richiedono un’attenzione maggiore, quasi uno sforzo in più per leggere ciò che per gli altri sembra ovvio. È una sensazione sottile ma costante: il corpo si adatta, la mente razionalizza, ma le emozioni restano in un territorio intermedio. Ci si sente “presenti” e allo stesso tempo un po’ in sospeso, come se una parte di sé dovesse ancora capire dove collocarsi.
E questo può generare quella miscela di lucidità, nostalgia e piccole insicurezze che molti expat conoscono.
Expat, o “foreign professional”: un’emigrazione diversa
Vivere all’estero per scelta, necessità o desiderio di sperimentarsi è sempre più frequente. Barcellona, multiculturale e dinamica, è diventata un polo di attrazione per molti italiani, soprattutto dalla crisi economica del 2009. A partire da allora, una generazione di professionisti — laureati, specializzati, spesso tra i 25 e i 50 anni — ha iniziato a muoversi verso nuove opportunità. Secondo Italianiabarcelona.com, al 31 dicembre 2023 gli iscritti AIRE erano 133.287, un aumento del 13% rispetto all’anno precedente — un dato che racconta quanto questo movimento migratorio sia ormai una realtà stabile e in continua evoluzione.
Ricominciare da capo: quando l’adattamento pesa
Emigrare può essere stimolante, ma mette alla prova. Le coordinate del mondo affettivo, relazionale e lavorativo cambiano rapidamente, e gli effetti psicologici del vivere all’estero sono ancora oggetto di studio. Ho vissuto personalmente l’esperienza di inserirmi in una nuova cultura oltre i 40 anni e so quanto possa essere complesso riorganizzare se stessi mentre tutto attorno cambia.
Cosa lasci e cosa porti con te
Quando si lascia il proprio Paese si lascia, inevitabilmente, un pezzo di sé. Gli affetti sono lontani e, anche se la tecnologia aiuta, manca la condivisione del quotidiano. Tra noi e chi resta si crea una sorta di filtro: a volte luminoso, a volte grigio. Col tempo ci si ricostruisce: nuove relazioni, nuove lingue, nuovi automatismi. Il cervello impara a cambiare codice senza nemmeno pensarci.
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Cosa resta quando tutto cambia
L’unica cosa che non si trasforma è ciò che portiamo dentro: il nostro modo di pensare, sentire e leggere il mondo. E proprio qui emergono spesso sentimenti di solitudine, estraniamento, vulnerabilità emotiva o mancanza di una rete sociale che possa accoglierci davvero. A volte riemergono ansia, paura o persino un attacco di panico.
Molte persone che incontro raccontano un vissuto comune: sentirsi forti nell’affrontare documenti, lavoro e casa, e improvvisamente fragili nelle piccole cose quotidiane.
Non sapere chi chiamare per un caffè. Desiderare di esprimere un’emozione nella propria lingua senza cercare le parole. Sono momenti sottili, ma profondi, che raccontano la verità emotiva di molti expat italiani.
Cosa fare quando confidarsi con un amico non è sufficiente?
A volte, anche le persone a noi più vicine non riescono ad accogliere davvero quello che stiamo vivendo, semplicemente perché non possono vederlo da dentro. È in questi momenti che può essere utile rivolgersi a uno psicoterapeuta: qualcuno che sappia offrire uno spazio di ascolto autentico, stabile, non giudicante, proprio quando ci sembra di “aver perso la strada”. Per molte persone italiane a Barcellona, questo spazio emotivo sicuro passa anche attraverso la lingua madre.
In che lingua penso, in che lingua sento?
Molti italiani, anche dopo anni in Spagna, cercano un terapeuta madrelingua italiano. La ragione è semplice: la lingua madre custodisce una dimensione emotiva che nessuna seconda lingua riesce a replicare del tutto. Una lingua appresa successivamente, pur usata ogni giorno, può diventare una barriera sottile o una forma di protezione involontaria.
La lingua madre, invece, permette un accesso diretto e immediato ai propri vissuti.
L’importanza emotiva della lingua madre
Esprimere ciò che si prova significa usare una “grammatica emozionale” che appartiene al nostro primo linguaggio. La lingua madre è il codice con cui abbiamo imparato, da bambini, a nominare il mondo: le prime paure, le prime gioie, i legami più intimi. È la lingua in cui abbiamo registrato le sensazioni più istintive, quella che ci permette di accedere alle sfumature emotive senza doverle tradurre o filtrare.
Come diceva Mandela:
“Parlare a qualcuno in una lingua che comprende consente di raggiungere il suo cervello.
Parlare nella sua lingua madre significa raggiungere il suo cuore.”
Quando parliamo in una lingua appresa successivamente, spesso ci muoviamo su un piano più cognitivo: scegliamo le parole, le valutiamo, cerchiamo la formulazione migliore. Questo processo mentale crea una distanza sottile tra noi e ciò che proviamo davvero. Non è un limite, è un meccanismo naturale: il cervello si concentra sulla forma e, nel farlo, si protegge dal contenuto emotivo più profondo.
Per questo, in terapia, parlare nella propria lingua madre non riguarda solo la comprensione razionale, ma il poter attingere senza sforzo al proprio mondo interno: raccontare ciò che fa male, ciò che confonde, ciò che fa nostalgia senza dover passare attraverso un filtro linguistico che, inevitabilmente, attenua o riformula. È un modo per tornare in contatto con sé stessi, con la propria autenticità emotiva, con quella parte che spesso si perde un po’ quando si vive all’estero. E per chi vive lontano da casa poterlo fare nella lingua in cui “si sente” più che in quella in cui “si parla”, può diventare un approdo sicuro mentre ci si orienta in una nuova vita.
Se anche tu ti stai sentendo “un pesce fuor d’acqua” nella tua vita da expat, sappi che puoi cercare aiuto. A volte parlarne con qualcuno che conosce bene cosa significa vivere lontano da casa può alleggerire molto il peso. Se cerchi aiuto psicologico a Barcellona, non esitare contattarmi e fissare una prima chiamata conoscitiva gratuita.
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